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Genere e sviluppo

14/12/2020 di Maria Medici

1 - L’ Agenda Onu del 2015 ha proposto una serie di obiettivi (17 più 169 sotto-obiettivi) da raggiungere nel 2030.



In questa iniziativa, sulla quale in molti si sono impegnati in tutto il mondo, si può scorgere veramente l’ultima occasione per rimettere in discussione e modificare il modo di “vivere” il nostro pianeta, presupposto indispensabile ma allo stesso tempo possibile conseguenza di un processo mirante a progettare politiche sociali ed economiche che possano assicurare un futuro a tutti, colmando le differenze e gli squilibri che oggi caratterizzano i modelli di sviluppo vincenti. Il progetto Onu 2030 si fonda sull’interconnessione di tre concetti di fondo, “mutamento”, “cultura” e “sviluppo”. Si tratta di categorie profondamente legate tra loro, ciascuna presupposto dell’altra in una circolarità che, purtroppo, oggi, non è compiuta ma interrotta: la mancanza di una cultura “nuova” del mondo impedisce il mutamento che determina lo sviluppo, il quale non decolla impedendo così alla cultura nuova di imporsi.

Una riflessione articolata e attenta su questi temi la si può trovare in un recente fascicolo di “Culture e Studi del Sociale – CuSSoc” (5, 2020), rivista edita dall’Università degli Studi di Salerno che rappresenta un interessante esperimento di conoscenze trasversali con contributi provenienti da numerosi studiosi a livello internazionale. Tra i saggi proposti nel numero monografico dal titolo “Cultura, mutamento, sviluppo” ve ne sono alcuni che riguardano la situazione femminile. A colpire è, appunto, il fatto che la questione delle donne rappresenti una delle numerose “piaghe” irrisolte ed uno fra i principali punti nodali dell’Agenda Onu. Un cambiamento di prospettiva culturale attraverso il quale possa passare un mutamento in direzione di uno sviluppo globale non può prescindere dal mutamento della situazione della cosiddetta “altra metà del cielo”. Come è stato ricordato, nel 2018, Phumzile Mlambo-Nguka, direttrice dell’organizzazione dell’Onu per le donne (UNW, United Nations Women), ha dichiarato che gli obiettivi dell’Agenda 2030 non possono essere raggiunti senza aver risolto quello che rappresenta l’ostacolo maggiore, ossia la diseguaglianza fra uomini e donne. Ma, allo stesso tempo, in una circolarità di cui è obbligatorio tener conto, in modo speculare “i risultati che si intendono ottenere (…) rispetto alla lotta alla povertà, all’eliminazione della fame, così come alla buona salute, all’educazione e alla qualità dell’acqua, oltre che alla preservazione della biodiversità o alla promozione dell’innovazione e delle infrastrutture – sono considerati essenziali ed ineliminabili per raggiungere la parità di genere” (p.83).

È un fatto che le donne, laddove hanno potuto cogliere le occasioni offerte dall’istruzione e dalla formazione nonché dalla diffusione delle nuove tecnologie, hanno rappresentato in questi decenni un nevralgico motore propulsivo per la società globale, evidenziando il loro ruolo nei diversi ambiti decisionali, economici, politici e scientifici. Di fatto, e qui si innesta il necessario cambiamento dentro la categoria “cultura”, questo arricchimento globale offerto dalle donne è contrastato come una sorta di minaccia da una forma di “establishment” connotato in maniera tradizionale e duro a morire. L’emersione delle donne è una minaccia nei confronti di un modello, finora vincente, che però non ha affatto risolto i nodi critici alla base della spirale del sottosviluppo e che, in sostanza, blocca il circolo virtuoso di cui sopra. Forse dalle donne potrà venire un valido contributo affinché l’Agenda 2030 non rimanga solo un progetto sulla carta ma solo cominciando a combattere seriamente contro il “gender gap”.


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