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Scrittura in forma di donna

23/03/2021 di Maria Medici

A voler indagare l’universo della questione femminile attraverso le pubblicazioni che inondano il panorama editoriale, ma anche attraverso i contributi più o meno “alti”, articoli e reportage che troviamo sulla carta stampata ogni giorno, c’è da perdere la testa, non sapendo dove orientarsi e da dove cominciare.



Il promontorio dell’8 marzo, con l’esplosione, che ricorda quella della natura in primavera, di tutta una messe di riflessioni sulla condizione delle donne, è poi il momento che forse mette ancora più in crisi la coscienza di chi vorrebbe aspirare all’impossibile obiettivo di tenere sotto controllo lo stato dell’arte del pensiero e dell’azione femminile. Forse, più umilmente, si dovrebbe iniziare da dove ci conduce la sensibilità personale, magari, almeno nel mio caso, cominciando con un approdo narrativo, poiché la narrativa è spesso quella cosa che magicamente riflette il vissuto personale dentro le parole altrui e aiuta a fare emergere questo vissuto alla coscienza, dandogli una forma.

È il caso della scrittura di Annie Ernaux, autrice francese fra le più importanti di questi anni e conosciuta in Italia grazie alla casa editrice Le Orme che ha pubblicato nel tempo diversi suoi romanzi. La sua opera si potrebbe forse racchiudere in un unico romanzo di formazione, in cui al centro vi è la donna che, tappa dopo tappa, si trova inesorabilmente prigioniera dentro un ruolo multiplo ma allo stesso tempo forzato: bambina, adolescente, moglie, madre.

L’ultimo suo libro uscito in Italia si intitola La donna gelata, lavoro che risale al 1981 ma che mantiene viva la sua forza narrativa e il suo messaggio. Il quale può essere sintetizzato nella denuncia del peso che i modelli sociali impongono agli individui. La protagonista cresce in una famiglia “moderna”, in cui madre e padre si dividono i ruoli fuori e dentro casa in maniera assolutamente più paritaria che altrove; poi viene l’adolescenza, le battaglie per l’emancipazione, condivise anche il proprio compagno, infine il matrimonio e la nascita dei figli. Ma il peso del modello sociale imposto si fa presto sentire e finisce per congelare le attese delle donne, ridotte infine al ruolo che da sempre compete loro.

Tutte le buone intenzioni della coppia si infrangono contro il peso della quotidianità, ossia di quel momento in cui le idee e le “teorie” fanno i conti col la materialità dell’esistenza: cucinare, allevare figli, scegliere per la propria carriera, sacrificare le proprie aspirazioni, eccetera. È il senso di colpa femminile e l’indifferenza maschile che contribuiscono a perpetuare questa condizione. La storia si svolge negli anni a cavallo fra il 1960 e il decennio successivo, tuttavia, le coordinate comportamentali e soprattutto quelle psicologiche sono più che mai attuali.


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26/03/2021 00:12:52 di Diaceleste
Caspita che bella e sintetica recensione




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